Vorrei (leggere) ma non posso. Breve giornata di un lettore a rischio

I dati diffondono il panico, siamo arrivati al 4% e il tempo sembra non bastare. Parliamo ovviamente dei dati Nielsen, delle novità che hanno scosso (ma di quanto?) il microclima del Master. Cosa sta succedendo? L’unica risposta plausibile sta nel sondare le nostre giornate, forse.

@MichelaLettrice – #risveglioallalba #sonnoprofondo #umoreirritabile (Milano, h. 7.00)
Mezz’ora. Ho solo mezz’ora per alzarmi lavarmi imbellettarmi nutrirmi un poco salutare chi resta e uscire. Altro che quelle belle mattine di fine dicembre, durante le vacanze natalizie, quando ancora sotto il piumone mi immergo nel romanzo del momento, sprofondo nella trama e vorrei solo che non fosse mai mezzogiorno quando per decenza bisogna comunque alzarsi.

Guardo con nostalgia il mio tomo (ancora il primo), di Guerra e Pace, che mi aspetta fedelmente ogni giorno sul comodino, e lo saluto tra me e me, «a stasera, promesso!». Ora devo fare in fretta! L’autobus passa nella via perpendicolare a quella in cui abito, circa 500 metri a piedi, 3 minuti, massimo 4. Se lo perdo entro nella «zona rossa»: con la corsa successiva rischio di fare tardi. Durante quei tre minuti a piedi controllo freneticamente nella borsa: mi accerto di avere l’abbonamento Atm, il quaderno, una penna, il pranzo e, ovviamente, lo smartphone.

Lo estraggo, lo accendo, infilo gli auricolari, spero con tutta me stessa di non ricevere sms o messaggi WhatsApp a cui devo rispondere immediatamente (non significa che i messaggi siano davvero importanti, ma quando sai che qualcuno ti ha scritto ti senti obbligato a rispondere, anche se si tratta, come il più delle volte, di autentiche scemenze). Mi sintonizzo su Radio2, alle 8 è iniziato Il ruggito del coniglio, trasmissione intelligente in cui la regola è prendersi in giro e provare a raccontare ironicamente qualcosa di sé e la missione è regalare un sorriso agli ascoltatori di prima mattina, impresa non facile! Sono lontani i tempi in cui salivo in metrò, dieci fermate per arrivare all’Università, in borsa un libro, il libro-da-viaggio-della-settimana, e venti minuti per perdermi tra le sue pagine.

Ora non posso, salgo al volo sull’autobus, se leggo mi viene la nausea e poi c’è troppa gente. Meglio concentrarsi sull’ascolto: un vantaggio dei mezzi di superficie è che almeno si prendono le frequenze radio, e tutto sommato il primo tratto del percorso verso la Fondazione Mondadori scorre veloce. (Per la cronaca, in borsa ho sempre il libro-da-viaggio-della-settimana, si tratta di La vista da Castle Rock, di Alice Munro, bellissimo, ma ancora fermo a pagina 58. Ora che salgo sul tram, in piazza Firenze, lo leggo, giuro!)

Ma che faccio non rispondo agli sms? E Facebook che mi lancia addosso le notifiche dei messaggi notturni? E Twitter? Da neofita perplessa e curiosa non posso non aprirlo! Sono riluttante ma controllo tutto, con la fretta di leggere e rispondere, solo se necessario, molto velocemente, per poi tornare al mio libro. L’urgenza fittizia creata dai social network mi travolge e inizio a rispondere. È la fine! Salita sul tram c’è pochissima gente, nessun rischio di nausea, resto incollata allo schermo. Ci sarebbero pagine bellissime che mi aspettano, e fuori dai finestrini ci sono le vie che si risvegliano, i negozi che si animano, una città da guardare. Spesso me la perdo, e quando alzo gli occhi è troppo tardi: capolinea, piazza Castelli, sono arrivata. Non ho letto una riga, non ho vissuto il risveglio della mia città.

Marco Corsi: #piùfamepertutti #pausapranzo (via Riccione, interno FAAM, h. 13.00, possibilmente)
Abbiamo interessi in comune. Ce lo ripetiamo ormai ad abundantiam. Per organizzare la fame serve un video su Youtube, devo trovare la canzone che di fatto ha tormentato tutta la lezione. Non mi ero ancora accorto della grande risorsa Google+, oddio, piuttosto ininfluente, almeno posso commentare, visualizzare i commenti degli altri, così, credo, comunemente, si dice condividere. Cosa faranno mai gli italiani in pausa pranzo? Panino e acqua minerale, la pausa si sposta davanti al pc, la crisi taglia i pasti, dice Repubblica.it. Peterlewis11 – 323 giorni fa, da quando scrivo, dice: «Se ciascuno dei 7 mld di abitanti della Terra decidessero di mangiare la stessa quantità di carne o di pesce degli abitanti dei paesi occidentali, arriveremmo al collasso del nostro Pianeta e sarebbe a rischio la sopravvivenza della specie umana».

Non è questo il punto, mi ripeto mentre svolto il cellophane del toast, mio caro Peterlewis: di recente un esempio cinematografico mi pare illuminante. Lunchbox, un film indiano, schiscette che viaggiano ovunque, a piedi, in bici, dai fornelli delle mogli geishe, delle madri, delle zie. Avevo comprato pure un titolo di grido, Pausa pranzo dell’Arturi, forse solo per un fatto di quasi omonimia, disposto a interessarmi all’argomento. Ma dalla borsa ora mi guarda Pessoa, con un titolo certo non invitante per i miei appetiti: Il libro dell’inquietudine. Apro i concentrati di frutta, spremo la bottiglia dell’acqua, parlo con gli amici vicini. Qualcuno solitamente va al bar, all’Esselunga, al parco, sulle panchine dove nessuno legge, eccetto molto radi figuri sotto il sole, nei primi giorni di primavera.

Una voce di Libreriamo fortunatamente auspica che siano ancora in molti a sfruttare la pausa pranzo per proseguire nella lettura avviata, magari in treno. Qualcuno sono certo s’impegna nello sport, si porta avanti nei compiti da svolgere (spesa, figli, cosmesi), per il peso non trascurabile dell’immagine e dei codici pubblicitari. La bellezza prima di tutto. Intanto il turno è finito. Sfilo l’auricolare con quella canzone. La salvo comunque tra le mie playlist. E ricomincia il tutto.

@serebomb #pitbull #dopolezione #cista (verso Novara, Villapizzone, h. 16.24)
Punto il posto a fianco di un ragazzo che, immerso nella musica del suo lettore mp3, sembra letteralmente farsi gli affari suoi. Così, spero, lascerà che io mi occupi dei miei: mancano poche pagine alla fine del capitolo, il tempo da qui a casa è abbastanza per gustarmele come si deve. E invece no, il ritornello di Timber, l’ultima canzone di Pitbull, piomba dirompente nella mia lettura. Ora ditemi se posso godermi la Munro con questo tamarro nelle orecchie. No e ancora no. «La lettura ti estranea da tutto», mi dicevano. Mah, vacci a credere. Che faccio? Glielo dico? No, ci rinuncio. Sono troppo nervosa per continuare: stasera, da sola, sotto le coperte il momento sarà perfetto. Orecchia alla pagina e ritiro il libro nella borsa. Lì, tra l’agenda e il portafoglio, una lucina rosa mi dice che qualcuno vuole sfidarmi a Ruzzle. Che amarezza, abbandonare un Premio Nobel per giocare a scarabeo con uno sconosciuto. Su un cellulare. Dopo due minuti ho trovato solo 21 parole. Sono anche scarsa. Passo ad Angry Birds: vorrei che al posto dei maiali ci fosse Pitbull.

Ah, ecco la mia fermata.

Samantha Lucchi è :) felice: Finalmente a casa! #stanchezza #famissima #adessoleggoAnnaeguaiachimidisturba
Sono le 18.15 (le 18.15!) e non ho ancora letto una pagina di Anna Karenina, iniziato da troppo tempo per dichiararlo apertamente senza morire di vergogna. Stamattina mi sono clamorosamente addormentata sull’autobus, con tanto di bavetta e torcicollo, e sul passante ho avuto la malsana idea di controllare Facebook prima di mettermi a leggere. Lo stesso copione si è ripetuto al ritorno: internet, mail, ricerca della musica adatta all’umore del momento e il povero Lev è rimasto inascoltato fino a pomeriggio inoltrato. Ma adesso basta, adesso mi metto a leggere e non ci sono per nessuno fino all’ora di cena: non posso non sapere cosa dirà Dolly a Anna durante la sua visita, non posso non assistere all’imminente parto di Kitty.

Certo. Arrivo a casa e appoggio la borsa, un attimo e aprirò il libro, lo prometto. Peccato che mi venga l’idea di passare in cucina a prendere un bicchiere d’acqua e la tv sia casualmente sintonizzata sulla replica dei Mondiali di pattinaggio artistico. Da amante di questo sport mi fermo un attimo a guardare, giusto cinque minuti. Peccato che i commentatori accennino a una love story tra due pattinatori: come non correre su Google a verificare? Già che ci sono controllo la notifica di Facebook: potrebbe essere una comunicazione urgente sul gruppo del Master, dopotutto i social non servono solo a condividere foto di bimbi vestiti da ortaggi. Oh no, 45 messaggi in 4 conversazioni su WhatsApp, come ho fatto a non accorgermi?

18.50. Rispondo in fretta a tutti i messaggi, lascio lo smartphone in un angolo e, afferrata la borsa, corro in camera mia. Anna, Dolly, sto arrivando. Peccato che il pc sulla scrivania mi ricordi che devo controllare Twitter, poiché non riesco a scaricare l’app sul mio povero telefono, che comincia a sentire il peso delle sue quasi due primavere. Cinque minuti, lo giuro. #lecasepiùbelledelmondo #giornatamondialedellapoesia #ifilminemoticon. 20.00. La cena è pronta. I miei genitori reclamano la mia presenza a tavola. Dolly e Anna devono ancora parlare. Sto per entrare allegramente nell’universo dei non-lettori.

@MartiGambarotta – #affannoesensodicolpa #devofinirequestodannatolibrosenzafarmidistrarre
h. 20.05. Aspetto, finalmente, di nutrirmi. La mia immaginazione corre immediatamente e malinconicamente ai tempi dell’Università, quando la prima cosa che facevo nei momenti di libertà era dirigermi verso la mia fornitissima libreria, concedermi il piacere quasi fisico d’indugiare davanti a titoli che mi promettevano viaggi straordinari, sfiorare con le dita la ruvidezza invitante della carta, ed infine scegliere il libro che mi avrebbe accompagnata per due ore con le sue evocative parole. Ma ora, ora è diverso: suona il telefono, trilla WhatsApp, arrivano notifiche Fb. E non posso più permettermi di spegnere l’iPhone o ignorare le mail. Poi devo – accidenti, mi ero dimenticata – controllare Twitter, dare un’occhiata al sito di La Repubblica, e poi guardare Servizio Pubblico che mi ero persa giovedì, e chissà se è uscita la nuova puntata di How I met your mother? Troppi stimoli cui rispondere, e troppo poco tempo per dedicarsi seriamente a qualcosa.

Guardo, divorata dal senso di colpa, il libro che mi ero ripromessa di iniziare la settimana scorsa: Libertà, di Franzen. Mi pare che mi guardi, dal tavolino della camera, dicendomi rimproverante: «Perché non hai più tempo per me? Cosa c’è di più importante di me? E tu vorresti lavorare per la mia diffusione, quando non hai più tempo neanche per leggermi?». Affogo il senso di colpa in una fin troppo abbondante cena (ha senso: confort food, dato che non nutro la mente almeno nutro il corpo).

h. 21.00. Ok, ho dato un’occhiata ai dati Nielsen sul Mac, e mi sento ancora più in colpa. Andrò a rimpolpare la già troppo nutrita categoria dei non-lettori? I miei amici mi regaleranno un libro e io chiederò loro attonita «cos’è questo strano oggetto?» Quando traslocherò non porterò i libri perché «tolgono spazio e io non ho spazio»? Lo sgomento mi assale, e decido di agire immediatamente: prendo la borsa, esco di casa e vado alla vicinissima Libreria laFeltrinelli, che grazie al Dio-dei-Lettori chiude alle 22.

h. 22.05. Ho comprato quattro libri, ed è ora di fare un’altra cosa. Ispirata dalla consapevolezza che viviamo in un’epoca tecnologica, prendo l’iPad, con l’intenzione di scaricare almeno un paio di ebook da leggere stanotte. Tanto dormire non serve: ci sono troppe cose da fare.

h. 23.00. Lo sapevo. La colorata ed invitante icona di Candy Crush mi ha distratto dal mio nobile proposito (però ho superato ben 5 livelli!); e come se non bastasse sono stata un po’ su Facebook, e ho controllato di nuovo Twitter. Ora basta. Entro su iBooks e compro Suite francese della Némirovsky e Pastorale Americana di Roth: cascasse il mondo, stasera un libro devo cominciare a leggerlo.

h. 24.00. Ho passato l’ultima ora ad angosciarmi nella scelta tra digitale e cartaceo, consapevole dell’importanza di tale decisione. Passavo forsennatamente lo sguardo tra iPad e libro, con il risultato che non ho letto né l’uno, né l’altro. Sono stravolta e sopraffatta, ma devo prendere una decisione. Mettendomi il pigiama afferro Franzen e, sotto le coperte apro la meravigliosa prima pagina.

h. 2 del mattino. Mia madre entra in camera e spegne la luce. Credo abbia pietà di quello che vede: una povera ragazza addormentata sul cui cuscino c’è l’iPhone che avvisa urgentemente di mail e WhatsApp in arrivo, di fianco l’iPad illuminato da notifiche Facebook e Twitter. E infine, infine, il libro di Franzen spalmato sulla faccia, ancora aperto alla meravigliosa prima pagina.

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