The times they’re a-changin’

Di insonnia, serie tv e social network: Come il tempo libero degli italiani sta cambiando e perché i libri rischiano di rimanerne fuori

Se stai leggendo queste righe, è evidente che non stai leggendo un libro. Sei invece parte dei 35.000.000 di italiani che utilizzano Internet e anche oggi, tra il computer del lavoro e quello di casa, hai passato circa 4.6 ore connesso (dati di media giornaliera di We are social). Se invece stai leggendo questo articolo dal tuo smartphone, sei probabilmente all’interno delle 2 ore della giornata che passi on-line attraverso un dispositivo mobile.

Non è così? A me puoi dirlo: hai trovato questo post mentre girovagavi su Facebook? Non c’è niente di male, d’altronde sei tra i 26.000.000 italiani che possiedono un account: hai ben il diritto a qualche pausa per schiarirti la mente, tra le 1643 ore lavorative che fai all’anno – circa 200 giorni da 8 ore – (dati OCSE sul 2012), ore lavorative nelle quali molto difficilmente avrai avuto modo di leggere un libro senza essere licenziato.

Nella pausa pranzo cosa hai fatto? Hai guardato un po’ il cellulare, fatto una telefonata, mangiato un boccone in mensa o al bar con i colleghi… difficilmente avrai tirato fuori dalla borsa l’edizione tascabile de Il visconte di Bragelonne o di Infinite Jest o dell’ultimo libro di Erri De Luca o Fabio Volo, o il Tractatus di Wittgenstein. Ecco, magari poi una volta tornato a casa ed esserti cucinato quel piatto che hai visto su Masterchef l’altro giorno, ti sei accoccolato sul divano con il tuo compagno e hai guardato in streaming sul portatile una puntata di quella serie americana di cui tuo fratello ti ha parlato così bene.

Lo so che avevi davvero intenzione di metterti a leggere una volta tornato a casa dal lavoro, è che la sera è l’unico momento in cui tu e il tuo lui o la tua lei riuscite a stare insieme. Tra straordinari e trasferte, non capita più con la stessa frequenza di qualche anno fa. Non c’è bisogno di giustificarsi: sei molto stanco, da un po’ non dormi più bene (sei in buona compagnia: sono oltre 2 milioni gli italiani in deficit di sonno, 3 adulti ogni 10, secondo i dati 2012 di AstraRicerche) e quel libro pare più noioso del previsto. Molto meglio lasciarsi andare a True Detective o Breaking Bad, e al diavolo se ti addormenti.

Ecco, se ti rivedi almeno un po’ in questo profilo, potresti essere finito tuo malgrado tra il 57 per cento degli italiani che non hanno mai aperto un libro nell’ultimo anno (Dati Nielsen 2013). Non te lo saresti immaginato dodici mesi fa, eppure quest’anno è andata proprio così, perché il tempo che è possibile ritagliare per la lettura continuativa appare sempre più simile al tentativo di creare un foro in una lastra di ghiaccio che si sta sciogliendo.

Non sono considerazioni di tipo etico sulla deriva culturale del paese: semplicemente, il tempo necessario per leggere quel libro non c’è più, o comunque ce n’è sempre meno. I libri stanno perdendo la lotta con gli altri prodotti per il poco tempo libero che abbiamo a disposizione, proprio quando le possibilità di leggere per la popolazione aumentano: abbiamo testi e storie ovunque, su giornali, sul cellulare, sui social network, sulla mail. Ma ogni volume sottende una promessa di intrattenimento al prezzo di una richiesta di attenzione e di impegno non indifferente, e questa promessa, negli ultimi anni non riesce a essere competitiva con quella di una serie televisiva, di un programma tv o di un social network.

Leggere un libro non è un’attività necessariamente migliore o peggiore di andare al cinema, a teatro o a un concerto, giocare a un videogioco, guardare una serie, comunicare su un social network, leggere una storia su un sito. Ma se si riesce a trovare il tempo per le altre attività, perché per il libro no, a prescindere dalla grande offerta? Alcune responsabilità sono da attribuirsi al settore librario: se è indubbio il fascino delle nuove tecnologie e delle nuove proposte per l’utente italiano (nel solo 2012 sono stati venduti in Italia circa 32 milioni di smartphone e 2.9 milioni di tablet), bisogna anche ricordare che l’editoria troppo a lungo non si è considerata parte dell’industria dell’entertainment.

Ritenendosi storicamente «altro», la maggior parte delle case editrici solo ultimamente ha tentato di costruire un contatto e un dialogo con il lettore che non consistesse nella mera propaganda pubblicitaria. In pochi anni qualcosa di significativo è stato fatto in questa direzione, anche grazie all’utilizzo dei social network, stimolando la cooperazione tra le imprese e la costituzione di un dialogo più fitto tra i diversi attori della filiera del libro, eppure ancora non sembra esserci quella convinzione diffusa che la situazione attuale esigerebbe. La partita non è ancora persa, ma diventa fondamentale per gli editori comprendere che il tradizionale modo di concepire la scansione del tempo libero è finito, e che l’attenzione delle persone deve essere guadagnata quotidianamente. Ammettere che le «acque attorno a noi stanno crescendo» è il solo modo per non «affondare come una pietra».

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