Libri come mattoni, brutti voti come frustate

I dati Nielsen non perdonano: meno 11% di libri letti dal 2011 al 2013. Roba da far le valigie subito. E fra i responsabili non può mancare lei!, la scuola, che fa del libro uno strumento di supplizio più che di educazione.
Si, vabbe’, ma addirittura frustate?
Leggete e vedrete (frust!).

Di solito, quando arrivano i numeri le cose si mettono male.  I dati Nielsen in particolare non perdonano: meno 11% di libri letti dal 2011 al 2013. Roba da far le valigie subito.
In Fondazione Mondadori però, noi che i libri ce li beviamo alla goccia e su Facebook ci facciamo le nomination di poesia, sulle prime eravamo sospettosi. Increduli. Pure fiduciosi.
Poi, ecco, dopo un minuto di religioso silenzio ci siamo guardati (sbattendo anche un po’ le palpebre per dirci che eravamo davvero lì). E i numeri stavano sempre al loro posto, proprio veri. 3 milioni di lettori perduti in due anni.

Allora abbiamo discusso, ci siamo accesi, confrontati, disperati, analizzando il perché e il percome della vicenda alla ricerca dei colpevoli.
In questo post, in particolare, puntiamo il dito contro la scuola, lei!, che, pur non essendo sola, di sicuro fa la sua mala parte tra obblighi e indifferenza, e classicismo un po’ esasperato. Cosa si può fare?
Cari insegnanti (e non), tenetevi forte e ve lo diremo in tre punti:

1) Stop alle biblioteche cimiteriali. Avete presente quello stupendo rifugio per libri del cortometraggio The Fantastic flying books of Mr. Morris Lessmore? Col bibliotecario che cura i suoi libri, li nutre al mattino coi cereali, li medica, li ama? Ecco, perfetto, dimenticate tutto. Perché i numeri AIE (pubblicati in La costellazione dei buchi neri. Rapporto sulle biblioteche scolastiche in Italia 2013) hanno denunciato una situazione disastrosa, rivelando che le biblioteche delle scuole italiane offrono in media una quindicina di postazioni lettura con poco più di 3000 volumi a disposizione, cioè circa lo 0.4% dei titoli in commercio sul territorio nazionale. E gli investimenti? Pure meno. Si parla di una spesa pro capite di soli 68 centesimi per l’acquisto di nuovi libri: un’incidenza irrisoria dello 0.001% sul totale della spesa scolastica.
Sono numeri che non hanno bisogno di commento: la scelta pare programmatica.

Esistono però anche realtà positive: insegnanti che insieme ai loro ragazzi riescono a costruire una biblioteca di classe, mettendo in comune i propri libri, parlandone, condividendo le esperienze. Purtroppo questi insegnanti non fanno numero.

2) Compiti sì, ma senza esagerare. Noi diciamo: ridate al libro quel che è del libro!, e cioè lo spazio della narrazione, del gioco, della condivisione delle storie e delle emozioni che le hanno accompagnate. L’educazione alla lettura non si instilla con analisi del testo, riassunti, schede di lettura o verifiche. E il motivo per leggere non deve essere il timore del voto, e il perché ce lo ricorda Annamaria Testa, docente universitaria e scrittrice, con le sue 95 tesi sulla scuola: «I brutti voti sono la versione incruenta delle frustate». Tutto questo non provoca altro che repulsione, un allontanamento dal libro, bollato per sempre come roba noiosa e impegnativa.

L’insegnante deve piuttosto ricordare al lettore i suoi diritti imprescindibili, ovvero anche il diritto di non leggere, di saltare le pagine, di non finire il libro, di rileggere, eccetera. Perché ogni lettore deve arrabbiarsi e odiare, o amarlo, quel libro, farsi pure un selfie in bagno, con quel libro, portarlo ovunque con sé e persino dimenticarselo in giro, il libro. Insomma, viverlo personalmente, ‘sto libro.

3) Non solo classici! Quando la scuola ti consiglia un libro, stai sicuro che si tratta di un classico. Cos’abbiamo contro i classici? Assolutamente niente, a patto che questo non sia una censura sul presente. I classici possono essere la base o il punto d’arrivo del percorso del lettore, non l’unica realtà. Perché proporre i classici per pigrizia, ignoranza e disinteresse per ciò che offre il presente è sbagliato. Purtroppo però la maggior parte degli insegnanti non conosce la letteratura per ragazzi (sono stati giovani lettori molti anni prima: glielo concediamo anche), e non si informa, non si preoccupa delle novità o degli interessi degli studenti (e invece questo non glielo concediamo per niente).

Segnaliamo allora una proposta di AIE uscita alcuni giorni fa sotto lo slogan di Amo chi legge: I 100 libri imperdibili per ragazzi. Che non sono tutti classici.
Il problema è che gli insegnanti spesso pensano alla “letteratura per ragazzi” come una mutilazione di una letteratura più vera. Guardano alla letteratura di genere e sottogenere come qualcosa da scampare. Invece, tutto ciò che fa leggere fa bene al lettore e al libro, e non ci sono libri meno libri di altri: potete quindi osare, insegnanti, anche con qualcosa che non inserireste nel canone. Proponete un giallo, ad esempio, perfino un fantasy, o un rosa strappalacrime, e poi infilateci i classici, quindi i fumetti, le poesie…
Un po’ come in un rapporto di coppia, dove un po’ si tira un po’ si lascia.

Non saranno allora gli obblighi a incentivare la lettura, bensì il racconto condiviso, l’entusiasmo nel render gli altri partecipi di ciò che un libro ci ha mostrato: questo plasmerà nuovi lettori. Perché la lettura, come ogni narrazione, contiene una dimensione di condivisione e di gioco. Ne parlava Beniamino Sidoti, ludologo, editor e autore, all’incontro tenutosi al parco Trotter di Milano il 13 marzo 2014 (Genitori Trotter inFormazione: Approccio alla lettura dei cosiddetti nativi digitali). Il bello della scuola, diceva, è che lì la lettura può essere anche collettiva: perché la scuola ci insegna a leggere, e leggere ci insegna a inventare, che è la cosa più caratteristica e preziosa dell’uomo. È come dire che leggere ci insegna a essere più uomini.

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