Riccardo fa le app

E coordina un sacco di progetti, ma vorrebbe lavorare con la narrativa. Riccardo De Biasi ha partecipato all’edizione 2010 del Master, e ora fa il Project Manager da Encyclomedia Publishers.

Ciao Riccardo, raccontaci perché hai deciso di iscriverti al Master? Qual è stato il tuo percorso?

Volevo lavorare nell’editoria. Ho frequentato un altro corso prima del Master, ma sfortunatamente non mi ha portato da nessuna parte. Seppure utile, non offriva la possibilità di effettuare un periodo di stage all’interno di una casa editrice, che invece è fondamentale per iniziare. Non sono laureato in Lettere ma in Psicologia; ho lavorato per circa dieci anni in un magazzino di libri e credo che questo mi abbia aiutato ad accedere al Master.

Quali erano i tuoi obiettivi professionali quando ti sei iscritto?

Il mio obiettivo era ed è quello di produrre libri di narrativa. Attualmente lavoro nel settore digital e multimedia per un editore (Encyclomedia Publishers) che si occupa di saggistica e scolastica, quindi possiamo dire che sono finito nella direzione opposta. Non credo però di essere «finito», continuo a lavorare per raggiungere il mio obiettivo, ad esempio collaborando con altri editori in qualità di lettore.

Il tuo profilo Linkedin dice che sei un Project Manager. Cosa vuol dire? In cosa consiste il tuo lavoro?

In sintesi: fare tutto il possibile per passare dall’idea al prodotto finito. Questo si traduce innanzitutto nel raffinare l’dea di partenza, nel cercare il modo più semplice ed economico per trasformare vecchi e nuovi materiali in un’applicazione per il pubblico. Il secondo passo consiste nel gestire le risorse. Un Project Manager è un po’ come un elemento di raccordo, deve fare da ponte tra i molteplici attori che intervengono in un progetto complesso quale la creazione di un’app o di una piattaforma on line: autori, programmatori, grafici, disegnatori, sviluppatori video e, ovviamente, redattori. Infine bisogna seguire la realizzazione di ogni singola componente, prestando attenzione alla qualità, alle tempistiche e al budget. Per svolgere questo lavoro è necessaria una forte determinazione, spiccate abilità di analisi, creatività e capacità relazionali, che vuol dire non solo cortesia, ma anche saper parlare la stessa lingua di ciascun interlocutore.

Raccontaci come funziona la progettazione e lo sviluppo di un’app.

Solitamente tutto parte dalla direzione, che propone l’idea del prodotto; questo può essere realizzato interamente dall’editore oppure in collaborazione con altre aziende che sponsorizzano il progetto. L’idea di partenza tende ad essere piuttosto astratta, quindi vengono realizzati alcuni mock-up in modo tale da studiare l’interfaccia, capire quali elementi sono necessari e quali risorse verranno coinvolte. Dal mock-up si passa alla stesura di una scaletta e all’assegnazione dei lavori. Per La battaglia di Canne, a cura di Alessandro Barbero, si è partiti dalla realizzazione del video poiché costituiva la parte più lunga e complessa, mentre la programmazione è stata tenuta per ultima ed è iniziata solo quando tutti i contenuti erano pronti; viceversa, talvolta l’intervento dei programmatori è indispensabile avvenga in prima battuta, e questo quando è necessario predisporre il CMS per l’inserimento di nuovi materiali. Ogni app ha una storia a sé, ma quello che accomuna tutti i progetti è l’emergere di problemi man mano che lo sviluppo va avanti; è importante saperli prevenire, ma spesso, soprattutto quando le risorse sono ridotte, è inevitabile doverli affrontare: una sfida affascinante è trovare un nuovo modo per esprimere lo stesso concetto aggirando le restrizioni e i vincoli di un device.

Qual è il tuo rapporto con gli ebook? E con i libri che diventano applicazioni?

Considero ebook e libri due prodotti distinti: se fossero lo stesso prodotto non avrebbero nomi diversi. Seppure lavoro nel digitale, preferisco la carta perché offre un’esperienza unica, calda, personale, mentre gli ebook sono essenzialmente file di testo e il supporto è lo stesso a prescindere dal contenuto. Oggi il mondo dell’editoria è alla ricerca di una mitica pietra filosofale, un sistema in grado, a partire da un singolo txt, di esportare in automatico per la carta, per gli e-reader, per i mobile device, per internet. Questo rischia di mettere in secondo piano il rapporto univoco che intercorre tra il prodotto e il supporto. Ho visto degli enhanced book tecnicamente bellissimi, con grafica spettacolare, animazioni accattivanti, buona interattività; eppure il testo, anche quando d’autore, ho sempre finito per ignorarlo. Leggere richiede silenzio e concentrazione; i prodotti multimediali contengono invece materiali che tendono a distrarre.

Sono davvero cambiate così tante cose negli ultimi anni, oppure in fondo no?

La cosa che è cambiata di più negli ultimi anni è la volontà da parte degli editori di spingere, per ragioni economiche, verso il digitale. Sebbene gli ebook stiano prendendo sempre più piede, non mi risulta ci siano stati notevoli incrementi nella media di libri letti in Italia: un e-reader può contenere migliaia di testi, ma ben pochi si spingono oltre i canonici dieci all’anno. Personalmente credo ci siano dei settori in cui il digitale possa offrire un importante contributo, ma non nella narrativa. Il vero problema, secondo me, è che non ho ancora visto un prodotto destinato a un device che fosse realmente innovativo, realmente pensato e creato proprio per quel device; anche app ed enhanced book alla fine poco si discostano da quanto veniva realizzato già negli anni ’90 con i CD-rom. La vera sfida dovrà essere proprio questa: trovare un prodotto in grado di sfruttare appieno le possibilità offerte dai nuovi supporti; in ogni caso, questo nuovo prodotto non potrà essere chiamato «libro», ma ciò non toglie che potrà comunque essere interessante.

Comments are closed.