Valentina fa un sacco di cose molto belle

Come ad esempio lavorare con Scrittura Industriale Collettiva, e scrivere per Doppiozero, Pagina99 e la Lettura del Corriere. Valentina Manchia ha partecipato all’edizione 2004 del Master, e un giorno vorrebbe abitare «in questa terra di confine, tra editoria classica e sperimentazione, tra tradizione e ricerca».

Ciao Valentina, cominciamo dall’inizio: perché hai deciso di iscriverti al Master? Qual è stato il tuo percorso?

Ho iniziato a interessarmi di editoria ancora prima di laurearmi in Comunicazione, e dopo la laurea avevo già alcune collaborazioni editoriali, ma cercavo comunque un Master che potesse arricchire le mie competenze e allargare i miei orizzonti. Ed è andata così. Ho imparato ad avvicinarmi a ogni testo in punta di matita, con occhio critico ma allo stesso tempo con grande rispetto, e ad andare al di là del lavoro redazionale puro, guardando a tutte le fasi che fanno di un libro un libro.

Quali erano i tuoi obiettivi professionali quando ti sei iscritta? È andata a finire come volevi, o in modo completamente diverso?

Il mio obiettivo principale era crescere professionalmente in un settore che amavo, e imparare sempre meglio a lavorare con i testi e a gestire progetti editoriali complessi. Ho sempre amato gli illustrati, le enciclopedie, i libri che diventano mondi di parole e di immagini, e posso dire di esserci riuscita: subito dopo lo stage ho iniziato a lavorare come redattore freelance per alcuni dei principali editori di scolastica, poi sono passata all’editoria d’arte, come editor, e sono stata tra i responsabili editoriali della prima (e unica) sede italiana di Klett (quelli di PONS, per intenderci). Da qualche anno, poi, in parallelo con il mio lavoro di ricerca di dottorato sulle sperimentazioni tra grafica e scrittura, mi interesso anche di digitale e di nuove forme di storytelling.

Il tuo profilo Linkedin restituisce un percorso professionale molto ricco. Ci racconti di cosa ti occupi? Come sono le tue giornate?

Attualmente sono editor freelance per editori e studi editoriali, su progetti cartacei e digitali. In più continuo a fare ricerca e a collaborare con l’università e ho scritto, e scrivo, di grafica, cultura visiva, illustrazione e digitale su Doppiozero e sulla Lettura del Corriere. E sì, anche di libri – per Pagina99.

Scrivi diversamente per la carta e per il web?

Decisamente sì. Il web ha un respiro diverso da quello della carta, potrei dire, ma non è così semplice: non è detto che alla carta corrispondano riflessione e lentezza e al web velocità e sintesi estrema. Doppiozero, per esempio, si ispira all’approfondimento culturale long-form. E la Lettura ha uno stile molto diverso da quello di Pagina99.

Che cos’è Scrittura Industriale Collettiva? Cosa hai fatto con loro?
SIC è il collettivo (115 tra autori, revisori e consulenti) che sta dietro a In territorio nemico, pubblicato nel 2013 da Minimum Fax, ed è anche un laboratorio di idee. Sono stata coinvolta nella fase finale del progetto come editor, per una lettura attenta e puntuale del romanzo prima dell’invio alle case editrici. E dopo la pubblicazione abbiamo iniziato a riflettere, con Vanni Santoni e Gregorio Magini, ideatori di SIC, e eFFe, anche lui coinvolto nel progetto, su una possibile forma digitale. In questa fase ho ragionato da digital editor, discutendo della possibilità di costruire una versione enhanced del romanzo che potesse farne emergere la natura collettiva.

Qual è il tuo rapporto con gli ebook?

Molto buono. Compro diversi ebook al mese, e credo di leggerne quasi uno a settimana, ormai, tolti i libri che devo leggere per lavoro. Per saggi, libri da recensire e manoscritti da valutare uso molto volentieri l’iPad, mentre quando leggo per me preferisco il Kindle. Bilancio ottimo, direi: leggo più di prima – e naturalmente non rinuncio ai libri cartacei, soprattutto agli illustrati.

Dove vedi l’editoria tra – diciamo – due o tre anni?

Dipende da tante cose. Dalla voglia e dalla capacità di sperimentare oggi, per esempio, e di investire sul futuro. L’avvento di nuove forme digitali per i contenuti offre all’editoria, per la prima volta, l’opportunità di sperimentare nuove strade. E non per superare il libro, che è già un oggetto tecnologico perfetto, ma per costruire e diffondere contenuti che non andranno a finire su uno scaffale ma su un tablet o su uno smartphone, ovvero su supporti che sono aperti per definizione e che nascono per fruire informazioni e per condividerle.

Alcuni, in Europa e in USA (produttori di contenuti, riviste, editori puri – non necessariamente grandi editori ma anche piccole realtà, creative e coraggiose) hanno già raccolto questa sfida, realizzando progetti digitali che sono anche e prima tutto progetti editoriali, perché sono pensati e scritti sfruttando in pieno le caratteristiche dei device come delle grandi risorse narrative.

Per fare questo occorre che chi da sempre fa acquisizione e sviluppo di progetti in casa editrice, l’editor, si addentri nel mondo dei contenuti digitali per capire come funzionano e come sono fatti ma soprattutto inizi a guardarli come nuovi, possibili modi di raccontare storie. In questa terra di confine, tra editoria classica e sperimentazione, tra tradizione e ricerca, servono le figure anfibie, abituate a pensare e a vedere doppio, su carta e su digitale, ed è qui, non lo nascondo, che mi piacerebbe abitare in futuro.

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