«Vogliamo stare a guardare o vogliamo provare a fare qualcosa?»

Matteo Scurati di Bookrepublic riflette con noi sulle differenze che (non) ci sono tra libreria fisica e online, su come internet cambia lettura e scrittura e su come le storie che un tempo trovavi soprattutto nei libri sono sempre più ovunque.

Quali sono secondo lei, se esistono, le differenze tra una libreria fisica e una on-line? E perché scegliere di aprirne una on-line: quali sono i vantaggi e gli svantaggi?

Ti faccio una controdomanda. Ha davvero senso pensare alle differenze tra una libreria fisica e una online? È ovvio, esistono caratteristiche peculiari nell’uno e nell’altro caso, ma ciò che sta alla base di entrambi i modelli è questo: vendere storie, siano esse nella forma di ebook, libro cartaceo, contenuti o chissà cos’altro. Se la pensi così, essere una libreria oggi significa anzitutto pensare a nuove strategie e forme attraverso le quali veicolare storie ai clienti. In questo senso, essere online può rappresentare un vantaggio in termini di velocità rispetto la quale sperimentare, ma un enorme spazio di sperimentazione esiste anche per le librerie fisiche. Io credo questo: più che pensare ai modelli, in questo momento dobbiamo pensare alle persone, alle loro competenze, alla loro voglia di sperimentare. I modelli classici di libreria sono in crisi: se tutta l’editoria cambia, perché le librerie dovrebbero esistere nella stessa forma nella quale le abbiamo conosciute? Per essere un buon libraio oggi servono competenze e caratteristiche diverse da quelle pensate fino a ora. Vuoi essere un libraio? Perfetto: studia. Studia quali sono le caratteristiche della comunicazione online, impara a parlare con le persone che stanno in rete, appassionati alla tecnologia che ti serve. Mi dirai «e nel caso delle librerie fisiche?». Lo stesso. Fai rete, le persone esistono anche offline. E, davvero, sperimenta. Non pensare di poter guadagnare ancora – soltanto – vendendo un prodotto.

Nella sua relazione in merito agli ebook, ha toccato temi come la partecipazione dei lettori all’opera (attraverso l’aggiunta di commenti e note a margine) e la progressiva trasformazione dello stesso libro digitale in una sorta di social network, perché diventa esso stesso terreno di incontro e scambio. Questo mi fa venire in mente il carattere collettivo che i testi orali hanno avuto per secoli (pensiamo all’attività dei giullari e ai cantari medievali, ad esempio), dal momento che avevano una natura instabile e influenzata dallo stesso pubblico: attraverso gli ebook quindi si può arrivare, in un contesto diverso, a una situazione di comunicazione letteraria paradossalmente analoga?

Io non so cosa sarà la letteratura tra qualche anno. Ovviamente, oggi leggere è una attività codificata e la sua codificazione è avvenuta proprio nel passaggio tra la tradizione orale e quella scritta. Altro passaggio epocale: la stampa. Con l’ebook sarà diverso? È possibile. Quel che cercavo di sostenere durante il mio intervento è che, in ogni caso, la discussione attorno a una storia (un libro, per esempio) è sempre avvenuta. Esistono lettori solitari, lettori che non vogliono condividere nulla di quello che leggono, ma discutere attorno a un libro – alla sua storia – è una pratica sempre avvenuta. Un ebook come strumento tecnologico oggi permette di raccogliere attorno a esso commenti e nuove storie e in questo senso questo nuovo strumento ci permette di ampliare e migliorare le interazioni dei lettori con esso. Abbiamo uno strumento: usiamolo.

Aggiungo una cosa: pensiamo anche a come cambia la scrittura. Fossi un editore, oggi mi farei molte domande e tra queste una: «cos’è Github?». Non tutto deve essere fatto allo stesso modo – non tutti dovremmo usarlo – ma uno strumento come Github permetterebbe una scrittura condivisa e di generare, per ogni storia, nuove storie a partire da un dato punto, commenti e infinite interazioni. Un libro è una singola storia o possono nascere attorno a esso nuove storie? Qualche anno fa ci saremmo risposti «una singola storia» ma se oggi guardiamo all’editoria con occhi curiosi, magari filtrati da nuove esperienze, le risposte cambiano. Le pratiche di sviluppo del software che passano da Github sono un esempio. Un editore che gestisce la scrittura come si gestisce un progetto di sviluppo software? Perché no?

Sempre in tema di social network, abbiamo spesso parlato di come dalla rete provengano moltissime storie; sono essi stessi contenitori di storie, e occasione di lettura delle stesse. Ciò non produce una contrazione del mercato librario, dal momento che il bisogno di storie che proviene dalla lettura trova un nuovo competitore? E se sì, cosa può fare l’editoria e il mercato librario?

Fosse solo questa la contraddizione, il mercato editoriale starebbe davvero meglio. Scherzi a parte: le cose succedono. Ora, possiamo stare a guardarle o capire come starci dentro. Stiamo imparando questo: le storie sono ovunque e cambiano i paradigmi che le popolano e le veicolano. A loro volta, le forme che caratterizzano questi cambiamenti sono mutevoli. Io davvero non ho risposta alla tua domanda. Mi sento di ripetere quanto ti dicevo prima: c’è da studiare, da faticare, da provare e – ovviamente – c’è tantissimo da sbagliare.

Ho la convinzione che al momento rischiamo tutti di ragionare ancora rispetto a vecchi paradigmi. Paradigmi bellissimi e perfetti che fino a qualche anno fa hanno funzionato perfettamente. Ma ora non funzionano più. Il rischio è quello di restare fermi in una sorta di fortezza sempre più sguarnita in mezzo al deserto mentre il mondo va avanti. D’altro canto, tutte questi cambiamenti aprono un’infinità di universi possibili popolati da diverse opportunità. Ora dobbiamo chiederci: vogliamo stare a guardare o vogliamo provare a fare qualcosa? Creare storie per un editore potrebbe significare altro rispetto a quanto siamo abituati.

Se le storie sono ovunque e se queste nascono su Facebook è ovvio che l’editore non può più pensare ad esse come a un prodotto da impacchettare (“ci faccio un libro”) e da distribuire. Quella storia vive in quel contesto e con quella grammatica che è propria di Facebook. E allora, cosa posso costruirci attorno? Quali strumenti posso attivare per generare attorno a quella storia l’attenzione dei lettori e un nuovo prodotto? Oppure: se le storie sono ovunque, come posso farvi accedere i miei lettori? In fondo, per gran parte dell’industria dei media a essere venduto non è più l’insieme delle storie, ma l’accesso ad esse.

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