Di #trendingtopic e giri d’Italia in bici. Intervista a Marco Zapparoli

Ce ne ha parlato Marco Zapparoli. L’editore di Marcos y Marcos spiega come ha visto cambiare, negli ultimi trent’anni, la comunicazione editoriale: più sintesi nei contenuti, più cooperazione tra gli editori; e un paio di altre cosette affatto interessanti.

Nella comunicazione tra autore, lettore ed editore i social network sono semplicemente strumenti nuovi per soddisfare antiche necessità o qualcosa di sostanziale è cambiato con l’arrivo – per esempio – di Twitter da quando Marcos y Marcos ha iniziato la sua attività oltre trent’anni fa?

A me viene in mente un solo cambiamento significativo, che è l’opzione per la brevità e il calo della durata dell’ascolto. È mutato qualcosa, cioè, sul versante del tempo d’attenzione: è come ci fosse un maggiore sforzo di concentrare attenzione in breve tempo: non è un cambiamento qualitativo, è solo un’opzione per la sintesi. Non necessariamente, quindi, un contenuto più sintetico ha meno valore, però è cambiata un pochino l’attenzione sulla lunga distanza. Cosa vuol dire: nella produzione di contenuti c’è più che in passato una produzione di contenuti brevi. Al di là della sperimentazione narrativa di una frammentazione della struttura romanzesca – lì non trovo che ci sia stato un grande condizionamento della strutturazione dei romanzi – , la produzione e l’ascolto di contenuti, in generale, vede attraverso questi nuovi strumenti incrementare l’utilizzo del breve. Il che non è detto che sia un male: tutto ciò potenzia, per esempio, la capacità di sintesi.

Riguardo al tentativo costante da parte degli editori di costruire attraverso i social network una comunicazione con il potenziale lettore: non era qualcosa che veniva fatto anche prima? Dov’è la novità?

Diciamo che adesso è aumentata la propensione a parlare di «altro». Un editore, anche molto grande, trent’anni fa si sognava molto meno di interagire con gli altri – era impensabile all’epoca per esempio che Rizzoli e Mondadori pensassero a una produzione comune di contenuti o addirittura di libri – adesso invece capita e capita perché ci sono questi strumenti che lo agevolano. Fare co-marketing in questo modo è diventato molto più consueto e questo vale anche per editori più piccoli – a volte ci si spalleggia a vicenda – mettendo al centro forse nel nostro caso non tanto una decisione presa a tavolino quanto il principio di ciò che piace: se a me piace il libro di un altro editore, lo promuovo e siccome ho lo strumento, lo faccio. Il fatto di disporre di 15.000 o 20.000 followers noi e 20.000 un collega me lo permette: per esempio, noi non manderemmo mai una mail ai nostri amici perché diventa complicato, diventa invasivo, ma grazie a Twitter che non è invece invasivo – perché il lettore sceglie lui di andare a pescare questo contenuto o di andare a vedere questa cosa – io lo faccio. Questo prima non lo si faceva assolutamente. In generale, è cresciuta la propensione a parlare di più cose da parte di chi comunica. Non è oggi più pensabile un editore degli anni ’70 o ‘’80 che non parla di determinati contenuti che esulano dal proprio campo: l’editore era molto più «sulla sua strada», adesso è molto più aperto, dà più per scontato che ci sia uno scambio, e questo secondo me non è un male perché aumenta il grado di condivisione –anche se può essere superficiale- di contenuti; più persone sanno di più cose grazie a questi strumenti anche se, ovviamente, in maniera superficiale.

Marcos y Marcos è da sempre sensibile a tematiche che riguardano la società e la politica – intesa in senso ampio – quali, ad esempio, la difesa dell’ambiente. Le iniziative di «Letteratura rinnovabile» lo testimoniano ampiamente. Ha visto un cambiamento da parte di editori e lettori nell’attenzione ai temi socio-politici? Se sì, lo ritiene un cambiamento in positivo o in negativo?

Io ho la sensazione se la riferisco non tanto all’editoria ma all’insieme dell’ambiente dei social network e di Twitter in particolare che prevalga la comunicazione sempre un po’ gridata. Purtroppo un certo modo di parlare di politica un po’ gridato, un po’ urlato è entrato su Twitter e questo sta rischiando di creare disaffezione. Quello che tu sottolinei come importante come atteggiamento di fondo della casa editrice, cioè un impegno etico riferito all’ambiente, ha a che fare anche con l’ambiente della comunicazione: per noi è estremamente importante non fare comunicazione in modo invasivo o in modo gridato. Siamo degli anti-eccezionalisti: non abbiamo un atteggiamento del tipo «ti dico che questa cosa è fantastica, l’ha detta il New Yorker, prendila a tutti i costi»; noi siamo molto più sommessi di questo, cerchiamo di far dire ai libri o ai contenuti o agli eventi o alle iniziative la sostanza delle cose. La tendenza e il tono generale non dell’editoria ma dei social segue un po’ quello della televisione e l’utilizzo di alcune tematiche è un po’ strumentale. Ma non è il tono medio della conversazione dell’editoria: in editoria il tono è decisamente più civile e non a caso la cooperazione è abbastanza diffusa. Il fatto che #andareinlibreria o #lettidinotte sono stati trending topic vuol dire che c’è la propensione alla condivisione di cose che toccano da vicino. Sono convinto che quest’anno #giro80 e nuovamente #lettidinotte saranno due iniziative molto seguite, perché noi cercheremo di usarle per mediare contenuti morbidi, intendendo con morbidi delle cose non gridate, quindi ambiente, quindi lentezza, quindi valorizzazione del patrimonio nazionale.

Avrebbe trovato più difficile negli anni ’80 parlare di questi temi con altri colleghi?

Una collaborazione di questo tipo tra case editrici sarebbe stata molto più complicata da organizzare: il fatto di poter disporre di questi strumenti permette anche di essere molto rapidi nel condividere delle cose operative, posto che la difficoltà rimane la stessa degli anni ’80 e cioè che se tu fai un gruppo che deve dibattere una mozione, una modalità o un’azione i tempi di decisione sono lentissimi; «Giro d’Italia in 80 librerie» non potrebbe essere organizzato da 12 case editrici che si mettono attorno a un tavolo ma è organizzato da un’entità che trova un suo modo particolare per metterle attorno a un tavolo. L’esistenza degli strumenti di socializzazione fa sì che però ci siano dei passaggi informativi molto rapidi, anche a livello inventivo e creativo, e questo fa parte del positivo che hanno portato questi strumenti. Secondo me se usati bene questi strumenti sono una figata.

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