Il meraviglioso mondo di Mafe

Mafe de Baggis ci piace perché prima che scrittrice, consulente, blogger racconta il suo essere lettrice, quindi vicina a noi. Al termine della conferenza tenutasi il 14 marzo 2014 in Palazzo delle Stelline, intitolata Biblioteca connessa: talked to each others, abbiamo bloccato la de Baggis. Ecco cos’è successo.

Mafe de Baggis ci piace perché prima che scrittrice, consulente, blogger racconta il suo essere lettrice, quindi vicina a noi. La sua giornata è influenzata da ciò che legge, ne è migliorata, e vede in internet il mezzo che più consente di saziare questa voracità di lettrice incontrollata. Il bello della rete è che permette di avere tutto (o quasi) subito e ovunque. E non è certo meno reale una lettura su ereader, anzi è un po’ come gli specchi magici in Jonathan Strange & Mr. Norrill, porte per strade fatate che ti trascinano nel mondo immaginario e insieme vero della lettura. Oggi l’autore ha la possibilità di prolungare gli immaginari narrativi oltre le pagine del libro, ad esempio tramite tweet, come fa Stephen King, un vero re in questo. «E così», dice, «ci troviamo in un mondo che per il lettore è un paradiso assoluto. Se gli editori capiscono questa cosa possono farci vivere dentro questo mondo».

Al termine della conferenza tenutasi il 14 marzo 2014 in Palazzo delle Stelline, intitolata Biblioteca connessa: talked to each others, abbiamo bloccato la de Baggis. Ecco cos’è successo.

Buongiorno, signora de Baggis, siamo del Master in Editoria della Fondazione Mondadori, volevamo farle un’intervista, possiamo rubarle qualche minuto?

Ciao! Certamente! Però datemi del tu, dai.

Grazie, Mafe! Allora, premetto che siamo emozionatissimi, quindi… ecco, non ti spaventare!

(ridacchia) Adesso sono emozionata anch’io! Cominciamo.

Okay, vado con la prima domanda. Allora, Mafe, ci chiedevamo quando e perché è cominciata la tua presenza attiva in rete, e quale è l’efficacia, secondo te, della comunicazione via web? Cosa ti affascina, cosa ti soddisfa di questo nuovo mondo?

È stato un caso assoluto, nel senso che nella mia famiglia mio padre e mio fratello erano appassionati di tecnologia, e io invece totalmente aliena. Poi, a un certo punto mio padre ha portato in casa il videotel, era la fine degli anni ’80… ops, voi non eravate neanche nati, aiuto! E quindi, dicevo, c’era questo nuovo oggetto in casa che però aveva una tastiera, e io non ero certo abituata a vedere le tastiere digitali: non c’era quasi nulla di tutto quello di cui stiamo parlando, e quindi a un certo punto mi sono incuriosita e ho scritto qualcosa anch’io su questa tastiera, e dall’altra parte c’erano delle persone! E qui mi sono spaventata molto, esattamente come i selvaggi quando vedono il televisore, perché non mi aspettavo certo che ci fossero degli umani in un apparecchio che per me era invece una roba noiosa, pallosa, di casa, insomma. E questa cosa qui mi ha davvero folgorata. Da qui ho scoperto che c’era un modo per parlare con le altre persone proprio scrivendo, e visto che leggere e scrivere è un po’ il mio modo preferito per relazionarmi con gli altri, questa cosa mi ha davvero molto colpita. Quando poi anni dopo è arrivato internet, per me è stato assolutamente normale usarlo.

Oggi, alla conferenza della Biblioteca connessa: talked to each others, è emerso nel dibattito con la scrittrice Caterina Bonvicini una tua precisa idea sulle opportunità che i social mettono a disposizione dei lettori per creare nuovi rapporti con gli autori e lo storytelling. Spiegaci meglio la tua visione di lettrice coinvolta. Eventualmente, come dovrebbe comportarsi il tuo autore ideale?

Be’, prima di tutto non c’è un come dovrebbe comportarsi, perché secondo me l’autore può benissimo ignorare i suoi lettori e continuare a comportarsi come se vivesse nel secolo scorso. Ci sono autori che amo molto che lo fanno. Quello che è davvero più delicato è il momento in cui invece decidi, da autore, di entrare in relazione coi tuoi lettori. Il vero motivo del disaccordo con Caterina Bonvicini è che lei ha detto che i social media sono uno spazio di comunicazione ma non cambiano la sua scrittura. Ecco: che tu, nella relazione con altre persone, che poi sono sostanzialmente quelli che creano il tuo mondo narrativo, non ti interessi a tutto questo, che ne vedi solo i comportamenti negativi, mi sembra una mancanza di attenzione e di comprensione. Per me l’autore ideale è, o uno che vive nel suo mondo, Salinger, esempio classico, oppure, nel momento in cui l’autore, diciamo, scende sulla terra e comincia a parlare, allora, in quel caso, è anche in grado di capire che un lettore può essere più bravo del tuo editor. Non certo nel senso letterale di mandargli un testo, e lui ti dice che al posto di marea potevi scrivere purea, ma nel senso che il lettore ti dà una parte di mondo, di vissuto, e tu lo porti nella tua scrittura. Una cosa estremamente complicata, certo. Ma ci sono anche autori italiani che lo fanno molto bene, ad esempio Nicola Lecca, un ragazzo giovane che usa molto bene Twitter; ma lui lo usa bene perché vive immerso nella sua scrittura, e su Twitter la porta alle persone che lo seguono. E così anche il lettore abita il suo mondo; non saprei come altro dirlo. Però, ecco, non c’è un dovere dell’autore di esserci.  

Ultima domanda, allora, un po’ più tecnica: guardiamo gli editori. Oggi anche loro si stanno approcciando al mezzo dei social. Quanto secondo te stanno realmente sfruttando questa possibilità, e in cosa pecca, eventualmente, la strategia attuale? Cosa suggerisci?

Allora, per trasparenza, io ho lavorato per Libri Mondadori come consulente esterno, quindi, ecco, sono parte in causa. Però, sicuramente, gli editori, come tutte le grandi aziende, all’improvviso si sono accorti che il cliente esiste, che è una persona, non una casella in excel, uno scontrino. E anche solo questo prendere atto, in modo violento, che dall’altra parte c’è qualcuno, che non è come te lo immaginavi, e che devi farci i conti e sono conti complicati e astratti, ecco, già questo è un cambiamento straordinario. A me non interessa tanto la singola azione concreta, quello che cambia nel rapporto di causa effetto, ma il fatto che qualcosa si è dovuto aprire e si è aperto. Poi, fosse per me, e lo raccontavo nel libro Social Media ed editoria, curato da Barbara Sgarzi, l’editore oggi dovrebbe usare i social media per proporre l’autore e non più la singola opera. Come avrete capito a me quest’idea del tutto, dell’intera produzione di un autore è molto cara. Non essendoci più il vincolo dello spazio in libreria, io editore posso proporre tutta la produzione, non solo l’ultimo libro uscito, come si fa di solito.

Grazie, Mafe, sei stata molto gentile, ti ringraziamo tantissimo per il tuo tempo. Siamo andati bene?

(ride) Benissimo! Grazie a voi, ragazzi: mi ha fatto molto piacere la vostra intervista. A presto!

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