«È bello essere in mezzo a questo cambiamento». Intervista a Francesco Pandini

Francesco Pandini sul suo profilo Facebook si definisce «Punk Rock Librarian». Nel frattempo è il cuore pulsante della piccola (ma molto attiva) Biblioteca di Agnadello, vicino a Cremona, in cui i libri sono tanto, ma non tutto. Gli abbiamo fatto qualche domanda al termine della conferenza Talked to each others, che si è tenuta lo scorso 14 marzo al Palazzo delle Stelline, a Milano.

Ciao Francesco, innanzitutto complimenti per il bell’intervento. Vorremmo iniziare chiedendoti cosa ha spinto un ragazzo giovane a voler lavorare in una biblioteca in un periodo in cui pare che non siano luoghi centrali. Cosa ti ha mosso in questo senso?

Innanzitutto grazie per il giovane! In realtà io nelle biblioteche lavoro da ormai sei anni, e ci sono arrivato praticamente per caso. Mentre frequentavo l’Università (la facoltà di Matematica), ho smesso di studiare perché non avevo più stimoli e ho cominciato il servizio civile in Biblioteca a Crema, per un anno. Dopo una pausa di circa sei mesi sono stato contattato dalla Cooperativa Charta di Mantova e dal marzo 2008 ho iniziato a lavorare per loro. Ai tempi ero molto interessato alle biblioteche anche se non avevo reali conoscenze a riguardo; ed è buffo, a pensarci, perché la capacità di stare a contatto con il pubblico non l’avevo sviluppata prima di diventare bibliotecario, ma è venuta assolutamente naturale lavorando con l’utenza. Solo qualche anno fa, comunque, questa professione era diversa: c’erano più risorse, certo, ma si sentiva la necessità di qualcosa di nuovo, di un approccio diverso. È bello essere in mezzo a questo tipo di cambiamento: sinceramente, non so dirvi se tra cinque anni vorrò fare ancora questo lavoro, e nemmeno se ci saranno ancora le biblioteche così come le conosciamo. Però è bello esserci, qui e ora.

Mi collego quindi subito ad un’altra domanda: come vedi il futuro delle biblioteche, anche in correlazione con ciò che ci hai spiegato prima? (Francesco tiene sempre aggiornata la pagina Facebook della Biblioteca di Agnadello; insieme ad altri cinque bibliotecari della Rete Bibliotecaria Cremonese ha creato l’ExtratimeBlog e partecipa al progetto BibliomediaBlog, il blog delle biblioteche pubbliche digitali italiane)

Questa è una domanda trabocchetto! Io non ho una risposta, non ho ancora gli strumenti per elaborarla; posso però dire con una discreta sicurezza che la questione relativa alla comunicazione coi social media sarà centrale, ma non nel modo in cui le biblioteche la stanno interpretando adesso. Il problema è che nel nostro ambito si tende a concepire la comunicazione come fosse uno strumento dalle modalità fisse, stabili, quando invece si dovrebbe prestare grande attenzione all’evoluzione delle piattaforme: oggi si parla di Facebook, ma tra un anno forse non avrà più senso per le biblioteche usarlo in questo modo (vedi, ad esempio, i recenti aggiornamenti dell’algoritmo). Credo sia buona cosa tenere gli occhi aperti verso altri strumenti; ad esempio, la comunicazione attraverso i blog, se ben sfruttata, potrebbe essere decisamente più utile e interessante per le biblioteche, dato che fornisce la possibilità di creare contenuti più duraturi e con una maggiore autonomia, anche a costi economici  relativamente ridotti (il pacchetto WordPress che abbiamo sottoscritto per BibliomediaBlog ha un costo di 99$/anno). L’impegno delle risorse umane, va sottolineato, è decisamente maggiore.

Ritornando al futuro delle biblioteche, ricordo che una mia collega, in occasione di un convegno tenutosi a Crema lo scorso anno, affermò che quello del futuro delle biblioteche è un falso problema: non abbiamo proprio modo per rispondere adesso e forse non è una questione centrale quanto quella del futuro dei bibliotecari, che mi pare promettente. Sinceramente, a me fa sorridere che solo nel 2014, quando Fb ha ormai compiuto dieci anni, si cominci a parlare di social in relazione alle biblioteche all’interno di convegni importanti. È necessario iniziare a farlo, certo, ma richiederebbe una maggiore cognizione di causa. 

In chiusura del tuo intervento tu hai citato una frase molto significativa di R. David Lankes: «Una stanza piena di libri è semplicemente un ripostiglio, una stanza vuota con un bibliotecario è una biblioteca». Cosa ci dici del futuro del bibliotecario?

Domanda interessante: ci sono molti libri e molte discussioni che trattano la biblioteca come un semplice edificio, una sorta di scatola in cui infili ogni tipo di progetto. Ci sono esempi simili bellissimi all’estero in cui, però, la biblioteca è prima di tutto un servizio per la comunità: qui, invece, spesso non c’è un’idea forte che dia senso a tutto ciò che si fa e si vorrebbe fare.  Il bibliotecario quell’idea la deve fornire e concretizzare: è lui che fa la biblioteca. Paradossalmente, nella difficile situazione attuale, la figura professionale del bibliotecario può essere molto più centrale, come in Italia non è mai stata: l’impatto che abbiamo noi è nullo rispetto a quello che hanno nel Nord Europa o negli USA. Lo ripeto, noi dobbiamo fornire un servizio: essere per le persone il tramite verso l’informazione. Non dobbiamo stare in un museo di libri né, all’opposto, rispondere a richieste che non ci competono, ma fare al meglio quello che è nostro compito, mettendo al centro l’utente. Altrimenti rimarremo una cosa per iniziati, un servizio a metà.

In quest’ottica, cosa ne pensi della digitalizzazione dei libri e della possibilità di poter consultare virtualmente opere antiche o manoscritti unici? Spesso la consultazione digitale è l’unico modo per offrire a tutti la fruizione contemporanea di uno stesso contenuto. Pensiamo ad esempio alla Biblioteca interamente digitale del Texas.

Non mi occupo di digitalizzazione, in realtà. Invece, riguardo al digitale, posso raccontarvi dell’esperienza con il portale MediaLibraryOnLine, che seguo per la Rete Bibliotecaria Cremonese e attraverso cui stiamo sperimentando il prestito digitale (anche se stiamo parlando di narrativa e saggistica moderna e contemporanea, in questo caso). Alcune biblioteche hanno scelto la strada di prestare ereader, ma questo non è un modo sensato di affrontare la questione. Prestito digitale significa dare accesso ai contenuti, non ai contenitori: noi promuoviamo questa scelta anche attraverso l’ExtratimeBlog, e credo che questo sia il modo intelligente di sperimentare sul digitale in Italia, al momento. Fermo restando che anche in questo ambito vige perlopiù il modello one copy one user, per cui uno stesso contenuto non risulta disponibile contemporaneamente per più utenti, esattamente come succede per il cartaceo. Si tratta però di un modello di business a cui se ne stanno aggiungendo altri, come il pay per view, che rompono gli schemi tradizionali.

Infatti, come diceva prima Mafe De Baggis, le esigenze oggi sono cambiate: se io voglio leggere un libro, lo voglio avere subito disponibile. A volte per una biblioteca può essere interessante poter saltare tutta la trafila dell’attesa.

Questo problema si verifica molto spesso: ad esempio per le novità, ma anche paradossalmente per i classici, quando un Professore consiglia ad una classe intera la stessa lettura. Una sola biblioteca non può far fronte ad una richiesta del genere, e ovviamente si usa il prestito interbibliotecario: alcuni bibliotecari però ignorano (o fingono di ignorare) che certe opere sono di pubblico dominio, liberamente e legalmente disponibili in rete. E questo è un servizio cui la biblioteca può e deve saper garantire l’accesso: ad esempio in MLOL sono indicizzati dei contenuti open da archivi come LiberLiber, Progetto Gutenberg ecc. Il bibliotecario deve smettere di considerare il prestito digitale un antagonista di quello analogico, di pensare «non mi prendono più in prestito i libri veri»: quando s’investe in un servizio, è necessario valorizzarlo al massimo. Non c’è un tipo di risorsa che sia migliore o peggiore: quella che serve di più, la più funzionale a soddisfare la richiesta, è la migliore. Per questo l’adattamento è fondamentale. Non c’è molta altra scelta, direi.

Nel mio piccolo contesto lavorativo, quando un libro non è immediatamente disponibile, le persone sono disposte ad attendere per una copia cartacea, pur avendo spesso a disposizione le tecnologie necessarie a fruire del digitale, con cui però non hanno confidenza. Ecco: lì deve essere il bibliotecario a proporre la cosa giusta. E per questo servirebbero corsi di alfabetizzazione digitale per i bibliotecari stessi, oltre che per i cittadini. A un differente livello, invece, è bellissimo quando le biblioteche organizzano corsi di formazione su Wikipedia con gli utenti, perché insegnano la partecipazione, secondo il principio base dell’enciclopedia online: se trovi un errore, mettilo a posto. È quello il bello. È bello esserci in mezzo, partecipare e, partecipando, imparare.

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