Denise lavora alla Fondazione Corriere della Sera

E si sente «una redattrice multiforme, un po’ affaticata ma, tutto sommato, felice». Denise Zani ha partecipato all’edizione 2011 del Master, e ora organizza eventi (e fa un sacco di altre cose) alla Fondazione Corriere della Sera.

Ciao Denise, raccontaci perché hai deciso di iscriverti al Master. Qual è stato il tuo percorso?

Ho studiato Lingue e Letterature Straniere, e mi sono specializzata in Traduzione. Dopo e durante gli studi ho avuto più di un lavoro saltuario, ho tradotto qualche libercolo e lavorato brevemente come interprete. Mi sono iscritta al Master perché mi sentivo un criceto, che tanto corre in una ruota ma non arriva da nessuna parte. Ho pensato che una formazione di livello in un’altra città mi avrebbe potuto facilitare il percorso, e così è stato.

Quali erano i tuoi obiettivi professionali quando ti sei iscritta? È andata a finire come volevi, o in modo completamente diverso?

Non avevo obiettivi particolari, se non quello di migliorare. La redazione era l’ambito che mi affascinava di più, ed è ancora così. Tuttavia mi sono affezionata all’idea che esistano modi diversi di svolgere mansioni editoriali, ovvero di selezione e promozione di contenuti. Ad ogni modo appena posso mi ficco in situazioni libresche (per capirsi: la Fondazione Corriere della Sera è anche un editore e ho alcune collaborazioni con studi editoriali) il che mi rende una redattrice multiforme, un po’ affaticata ma, tutto sommato, felice.

Il tuo profilo Linkedin dice che ti occupi – appunto – di organizzare eventi per la Fondazione Corriere della Sera. Cosa vuol dire? In cosa consiste il tuo lavoro?

Mi occupo di pensare e organizzare il palinsesto della proposta culturale della Fondazione Corriere della Sera in accordo con le suggestioni che arrivano dalla redazione, dalle istituzioni con cui la Fondazione collabora o dalla nostra direzione. In soldoni: pensiamo un tema, troviamo le persone che possano parlarne, valutiamo i luoghi in cui svolgere il nostro incontro o la nostra conferenza, strutturiamo creatività e comunicazione, ci assicuriamo che tutto si svolga per il meglio e applaudiamo alla fine. La Fondazione Corriere della Sera promuove circa centosessanta incontri in un anno, ed è come essere costantemente dentro un piccolo festival: si tratta di un lavoro di relazione per certi versi molto appagante.

Prima di questo hai fatto molte altre cose diverse, che però avevano tutte a che fare con il lavoro di redazione. Come mai hai deciso di cambiare?

Non ho deciso di cambiare. È capitato, ma mi ha aiutato a mettere a fuoco le mie doti e i miei difetti. D’altra parte è sempre più difficile trovare un impiego come redattore interno a una casa editrice, e non sono fatta per il lavoro da casa. Credo sia saggio e proficuo non aspettarsi l’impossibile ma fare di tutto per trovare vie praticabili e occasioni di crescita.

Che cosa pensi dello stato dell’editoria italiana, oggi?

Cambio idea in continuazione. Passo dall’esaltazione, alla rabbia, all’indignazione ogni ventiquattro ore. I tempi sono duri, ma non possono essere più duri di quando eravamo più poveri e meno alfabetizzati. L’innovazione tanto sperata tarda ad arrivare perché per gli editori tradizionali è molto difficile appropriarsi di mezzi che non sono nel loro DNA. Detto questo, ci sono progetti digitali bellissimi (mi viene in mente Mosaico di RCS Scuola) che fanno ben sperare. Bisogna mettersi in testa però che il mercato digitale garantisce minori margini di guadagno e che abdicare alla selezione, in favore di una maggiore produzione, contribuisce solo a erodere il capitale degli editori. Ecco, potrei aver detto un sacco di scempiaggini. Sono pronta pertanto a rimangiarmi tutto non appena il mercato del libro rilegato e virtuale esploderà, rendendoci tutti milionari.

Dal tuo punto di vista negli ultimi anni le cose sono davvero cambiate così tanto?

Non sono in grado di fare un paragone. Penso solo che il cambiamento in atto arrivi da lontano e avrà conseguenze durature. Credo che spaventarsi non serva a niente: «cambiamento» non vuol dire «Apocalisse».

Dopo tutto questo tempo passato a lavorare con i libri, ti piacciono ancora?

Ho appena iniziato, non scherziamo. Ripassa tra sessant’anni (ne avrò novanta) e ne riparleremo.

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