Carlo fa il redattore

E secondo lui, in fondo, non è cambiato nulla: «si tratta sempre di scovare un bel libro, confezionarlo nel miglior modo possibile e spiegare al pubblico perché lo dovrebbe assolutamente leggere». Carlo Alli ha partecipato all’edizione 2004 del Master, e ora lavora in redazione da Corbaccio.

Ciao Carlo, iniziamo dal principio. Perché hai deciso di iscriverti al Master? Qual è stato il tuo percorso?

Dopo aver preso una laurea in Grammatica italiana, aver prestato un anno di Servizio Civile e passato un altro anno a bighellonare, ho dovuto, a un certo punto – tra il 2004 e il 2005 – iniziare a cercare una risposta alla fatidica (e tremenda, quando alla fine arriva inesorabile) domanda «cosa voglio fare nella vita?». Eliminati dalla lista i sogni di bambino (cuoco, macellaio, casco blu, milionario) e i sogni di adulto (prof-eccentrico-che-ha-successo-tra-gli-studenti) per fortuna la mia fidanzata di allora (ora moglie) un giorno mi dice: «perché non provi a fare questo Master, è una figata, se potessi lo farei io!». E così, di punto in bianco, mi sono ritrovato alla prova scritta di selezione, poi a quella orale e infine, un bellissimo giorno di febbraio, con altri 23 entusiasti partecipanti, seduto nell’aula magna della Fondazione Mondadori a non ascoltare il discorso inaugurale del leggendario Professor Spinazzola, che quel giorno non si era sentito molto bene.

Quali erano i tuoi obiettivi professionali quando ti sei iscritto? È andata a finire come volevi, oppure in modo completamente diverso?

All’inizio non avevo particolari obiettivi, principalmente perché di fatto non conoscevo il mondo dell’editoria, non conoscevo approfonditamente la filiera del libro. Sapevo solo che i libri mi piacevano e ricordavo che quando a volte mi chiedevano cosa avrei voluto fare con la mia (inutile, non lo dicevano ma lo pensavano) laurea in lettere io rispondevo sempre che il mio sogno sarebbe stato quello di passare la giornata a leggere manoscritti e decidere se pubblicarli o no. Ovviamente allora non sapevo che in effetti esiste un lavoro così e che si chiama direzione editoriale. Poi l’ho scoperto e ho subito capito di aver posizionato l’asticella un po’ in alto.  Ovviamente non sono diventato il direttore editoriale di una prestigiosa casa editrice italiana di cultura, ma non ci sono andato lontano, finendo in una realtà piccola (sebbene parte di un grande gruppo) dove i ruoli sono certamente definiti, ma in cui le proprie idee non sono solo benvenute, ma anche richieste.

Secondo te sono davvero cambiate così tante cose negli ultimi anni, oppure in fondo no?

Di cose ne sono cambiate. Lavoro in questo settore da più di otto anni, e quando ho iniziato, per dirne una, non esistevano gli ebook perché quasi non esistevano gli ereader. Non c’era neppure la crisi, per dirne un’altra. O meglio, c’era la solita crisi che affligge l’industria editoriale endemicamente, ma non la crisi-quella-vera-che-la-gente-non-compra-più-manco-i-libri. Otto anni fa le sfumature di grigio della letteratura erotica si declinavano nei colori delle collane Harmony, anziché nei dettagli di abbigliamento maschile. E poi c’era il canale edicola e degli allegati ai giornali, e il traino dei film al cinema, e la vita di un libro in libreria superava addirittura il mese… Però, in fondo, non è cambiato molto, anzi non è cambiato nulla: si tratta sempre di scovare un bel libro, confezionarlo nel miglior modo possibile e spiegare al pubblico perché lo dovrebbe assolutamente leggere.

Ti piacciono i libri che pubblichi?

No, non tutti. Molti li amo, tanti li odio, pochi (per fortuna) mi sono indifferenti. Ma non sempre è meglio amarli, i libri con cui si lavora. Certo trovare un libro bellissimo, magari spendersi per acquisirlo, e poi lavorarlo e seguirlo fino al suo arrivo nelle mani del lettore (e magari alla sua scalata nelle calssifiche) è un’esperienza gratificante ed emozionante. Ma, secondo me, impiegare le stesse energie e lo stesso entusiasmo in un libro che non ci piace, che non ci interessa, è un esercizio, oltre che di umiltà, di utilissima illuminazione.

Qual è il tuo rapporto con gli ebook?

Il mio rapporto con gli ebook non ricalca il mio rapporto con i libri, bensì quello che ho con la tecnologia. Ho comprato il mio primo ereader (un Kindle 2) nel 2010, quando ancora Amazon non era arrivato in Italia, con l’entusiasmo del bambino che vede per la prima volta la neve. Mi sono divertito guardando gli sguardi stupiti di chi mi vedeva leggere in treno e mi sono animato spiegando cosa avevo in mano a chi me lo chiedeva (è successo) come se fossi appena tornato da un nuovo mondo. Poi mi sono stufato subito del gadget e di conseguenza degli ebook. Non è questione di odore della carta o simili scemenze, è solo una questione di comodità mia personale. In generale lodo gli ebook, trovo che siano un cambiamento importantissimo e verso il meglio, cioè non sono affatto luddista in questo senso. Però i libri, per ora, li leggo ancora fatti di carta.

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