Alfieri Lorenzon è il Direttore dell’Associazione Italiana Editori

E non pensa che il libro abbia perso la sua centralità, dopotutto: ma le cose sono cambiate, stanno cambiando e cambieranno ancora, e c’è da reinventare l’editore «per un nuovo mondo, ridefinirne il valore, definire cosa continuerà a rendere la sua funzione distintiva, unica e insostituibile».

L’editoria digitale in Italia è arrivata nell’autunno del 2010. Più di tre anni dopo, è possibile tracciare un bilancio? Quali sono stati i successi, e quali i fallimenti?

È vero, è un mercato relativamente giovane quello degli ebook. Parlo di ebook perché l’editoria digitale costituisce un segmento molto più ampio, che si estende anche a tutta la parte delle banche dati con una storia alle sue spalle che risale alla seconda metà degli anni Ottanta. Oggi i libri digitali coprono circa il 3% del mercato del libro di varia. È davvero poca cosa se ci limitiamo al freddo dato percentuale. È qualcosa però di eccezionale se consideriamo la rapidità di crescita del mercato – stiamo parlando di tre anni dopo l’anno «zero» – e la crescita di offerta di titoli: erano circa 7.500 nel 2010, sono diventati 49.500 nel 2012 e 71.700 nel 2013. Insomma gli editori italiani hanno investito non poco nella riorganizzazione dei processi produttivi, nella formazione del personale, nella distribuzione, nella creazione di tutta quell’infrastruttura di comunicazione che per l’ebook è necessariamente diversa rispetto a quella del libro fisico. Oggi un titolo su tre esce contemporaneamente in carta e digitale, stanno cambiando i modi di leggere e di informarsi, c’è una diversa gestione della risorsa tempo, la lettura del libro di carta – per chi legge – si affianca, almeno per ora, a quella digitale. Certo adesso è solo la versione pdf o ePub soprattutto di libri di narrativa o di saggistica. Ma cominciamo a intravvedere casi interessanti di prodotti transmediali che nascono – o comunque hanno una larga parte del loro sviluppo – già dentro le nuove logiche che la rete e il digitale offrono: dalla fan fiction a forme di scrittura collaborative e condivise. In ogni caso l’ebook impone all’editore di ripensare anche a componenti tradizionali della carta: dalle copertine alla comunicazione.

Anche alla luce dei recenti cambiamenti, quali sono le figure professionali di cui le case editrici italiane hanno più bisogno adesso?

Il digitale ha contribuito a creare nuovi bisogni nella struttura tradizionale delle case editrici a cui si è accompagnata la ricerca di nuovi profili professionali – anche generazionali – in linea con queste esigenze. Un ruolo fondamentale per i brand editoriali lo giocheranno sempre più i social network e la rete e quindi ci sarà sempre più bisogno di professionisti in grado di usare gli strumenti di Web analytics e social media metrics per valutare il ritorno della comunicazione digitale, ma anche capaci di scrivere correttamente per il Web secondo le logiche di Search engine optimization (Seo) che aiutano a posizionare al meglio le informazioni veicolate dal proprio sito nei motori di ricerca. Molto si sta puntando anche sul marketing e, anche qui, la conoscenza delle dinamiche di promozione sul Web nonché del Search engine marketing (Sem) saranno requisiti preferenziali per i profili di domani. Anche la figura del redattore è cambiata e chi si occupa di editing e lavoro redazionale non può non sapere come si realizzano gli ebook. Alle indispensabili conoscenze umanistiche si affiancano dunque sempre più conoscenze tecniche e pratiche che vanno dalla capacità di ripensare al workflow per un prodotto digitale fino alla conoscenza dei metadati e delle taggature, fondamentali per la discoverability del prodotto editoriale negli immensi store on line. Si pensi ancora alle trasformazioni che le nuove sfide pongono alla tradizionale contrattualistica editoriale o allo scouting. Se una volta bastava esplorare gli stand di una fiera come Francoforte o Bologna per individuare i nuovi titoli da pubblicare, oggi vi sono molte altre occasioni, tra cui non ultimo il self publishing per allargare l’area della ricerca. Si pensi alle potenzialità che ha un’editoria di eccellenza come la nostra in campo educativo nei confronti delle economie emergenti che hanno bisogno di strumenti di formazione scolastica. Bisogna però smettere di far credere che digitale o ebook significhino nuove figure professionali. Pensare a una linea grafica, a copertine che si sono «francobolizzate» perché l’e-commerce del libro fisico vale negli store on-line il 12-13% del mercato trade, significa pensare in modo nuovo – cioè creare competenze nuove – all’interno di una professione, quella del grafico, che non nasce certo con l’ebook e Facebook o Twitter.

Che ambiente trova chi inizia adesso a lavorare in una casa editrice, o più in generale nel mondo dell’editoria?

Un ambiente che richiede sempre più figure ibride, come il Master cerca di formare. Con maggiore o minore consapevolezza tutte le case editrici stanno affrontando infatti oggi una sfida, che è di passaggio e di cambiamento: re-inventare l’editore – con tutte le professionalità che stanno poi dentro o attorno alla casa editrice – per un nuovo mondo, ridefinirne il valore, definire cosa continuerà a rendere la sua funzione distintiva, unica e insostituibile.

In un suo recente articolo Luca Sofri ha prospettato la perdita di centralità del libro come strumento di diffusione della cultura. Lei cosa ne pensa?

Non sono d’accordo. Rischia di essere una banalizzazione giornalistica rispetto a una trasformazione molto più complessa di un prodotto tecnologico – il libro appunto – che si sta adattando ai cambiamenti di cui abbiamo detto. Non c’è il «libro». Ci sono tante e diverse tipologie di libri quanti sono i settori industriali che compongono questo mercato e i bisogni dei lettori. Certo il libro «guida di viaggio» ha perso la sua centralità di fronte a Google Maps o a TripAdvisor e a tutte le informazioni che, chi vuol viaggiare, può trovare sul Web attraverso il suo smartphone. Ma se voglio saperne di più della storia, della cultura, della geopolitica del Paese che visito è all’organizzazione del sapere, in quello che – digitale o meno – continueremo a chiamare libro, che devo guardare. I romanzi si leggeranno su uno smartphone? Possibile, in Giappone già lo fanno. Ma la questione vera è avere autori capaci di pensare e scrivere una Comédie humaine, una Recherche, un Signore degli anelli, o un libro scolastico anche – e in questo anche c’è tutto – per questi device. Anche i codici miniati avevano perso la loro centralità. E prima ancora la trasmissione orale della grande epica classica. E allora?

Che cosa è ragionevole aspettarsi per il futuro prossimo?

Il lavoro di editore resta quello di fare scouting, editing, selezionare e quindi offrire una qualità editoriale mediamente migliore ai propri lettori. Significa offrire «servizi», se stiamo parlando di editoria educativa, professionale, universitaria, di viaggio. Significa permettere ai lettori di scegliere tra titoli che hanno un senso, dato dal progetto editoriale, dalla casa editrice, dalla collana, dalla copertina, da come il libro ti invita ad essere letto. Saranno tutti aspetti che resteranno anche quando i libri di carta non ci saranno più ma saranno novità che escono direttamente in enhanced ebook, come applicazione, o come prodotto transmediale.
Non nascondiamo le difficoltà che di qua e al di là dell’Atlantico l’editoria sta attraversando, per la lunga crisi dei consumi e della classe media, per le mutazioni indotte dal digitale, per la riduzione dei margini di tutti gli anelli della filiera, per le nuove regole competitive imposte dai nuovi player internazionali con i loro ecosistemi produttivi e distributivi alla filiera. Proprio per questo però diventa importante la sfida e il ricambio generazionale che in qualche misura questo Master sottende.

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