Da aNobii a Scrivo.me, passando per un tweet. Intervista a Edoardo Brugnatelli.

Alla fine del convegno «Talked to each other» organizzato dalla Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori abbiamo intervistato Edoardo Brugnatelli, editor e pop-publishing di Mondadori, direttore della collana Strade Blu, e responsabile dell’acquisizione di aNobii da parte di Mondadori. Che ci ricorda, tra le altre cose, che «la lettura non è un dovere, è un piacere».

In merito all’acquisizione di aNobii da parte di Mondadori, durante il suo intervento lei ha affermato che Mondadori desidera che il social network dedicato alla lettura continui ad essere lo spazio libero che è sempre stato, e semplicemente si propone di ampliarlo e renderlo ancora più libero, se possibile. In che modo, e con quali strumenti, vorreste riportare in auge aNobii?

Innanzitutto vorremmo che funzionasse un po’ meglio: in questo momento il sito soffre un po’ di incurie, è stato abbandonato o comunque poco mantenuto negli ultimi anni. Quindi, per esempio,  se voi oggi andate su aNobii per aprire la home impiegate un sacco di tempo. Ecco, il primo obbiettivo, semplice e basilare, è far sì che torni a essere molto più veloce. Un’altra cosa che in questo momento ufficialmente è possibile, ma di fatto no, è che aNobii non è utilizzabile sui dispositivi mobili.

Quindi avete intenzione di creare un’app dedicata?

In questo momento stiamo facendo qualcosa per renderlo effettivamente disponibile sui dispositivi mobili. Inizieremo con questi due interventi di pura meccanica poi, in realtà, vogliamo dare al sito molte più funzionalità: fare in modo che la community all’interno abbia la possibilità di dialogare di più e fare molte più cose. In un secondo momento creeremo anche delle app.

Sia riguardo al social reading, sia più in generale riguardo alla presenza degli editori sui social network e nella rete, ci chiedevamo se questo abbia come obiettivo raggiungere anche i lettori che sono meno forti o se si punta principalmente ai lettori forti, quelli che spostano di più il mercato.

Purtroppo i lettori che vanno sui social sono quelli forti, che hanno una tale passione per la lettura che per loro non è sufficiente leggere: hanno bisogno di estrinsecare questa passione scrivendo recensioni e scambiandosi libri. Purtroppo temo che per l’allargamento della lettura il social reading non sia lo strumento adatto. È invece lo strumento giusto per un approfondimento, e per rendere più ricca l’esperienza dei lettori.

L’utilizzo di Twitter e di Facebook invece può aiutare a raggiungere i lettori meno forti?

La questione è piuttosto complicata: io, come Edoardo Brugnatelli e non come Mondadori, ho dei dubbi sull’uso che di solito fanno le case editrici e le aziende dei loro account di Twitter o le loro pagine su Facebook per raggiungere altri lettori. Mi sembra una cosa molto difficile: credo che la possibilità di conquistare nuove aree di lettura non passi di lì. Può anche darsi che ci sia qualche oggetto culturale che momentaneamente accenda la fantasia di molte persone, venga condiviso a tonnellate e generi degli effetti positivi, però onestamente penso che in questo caso si debba lavorare offline. Poi – e qui torno a parlare da editor – bisogna riuscire a ritornare, o forse per la prima volta far presente, che la lettura è un divertimento, è un arricchimento culturale ma è anche una gratificazione personale molto forte: questo è uno degli aspetti del libro che è stato comunicato meno di tutti negli ultimi anni e invece, secondo me, non è secondario ricordare che la lettura non è un dovere, è un piacere.

L’ultima domanda riguarda invece scrivo.me, in cui cercate di mettere a disposizione la vostra professionalità e la vostra esperienza per gli utenti e i lettori della rete, soprattutto partendo dalla considerazione che spesso i prodotti del selfpublishing non hanno la qualità che i prodotti editoriali dovrebbero avere. Quindi come casa editrice, Mondadori non considera il selfpublishing un concorrente?

No, non credo. Almeno, io vedo il funzionamento che scrivo.me ha in questo momento come un bacino di utenza in cui, se le case editrici fossero intelligenti, andrebbero a pescare e a trovare le nuove voci. È un po’ come una forma di «autopubblicazione indie» da cui, se ci fosse uno scouting intelligente – e spesso, soprattutto negli ultimi tempi, comincia ad esserci – le case editrici  potrebbero attingere. Lo dico perché per noi da un lato è utile avere una vetrina così, dall’altro si nota come il desiderio di quasi tutti gli autori, anche autopubblicati, sia di essere poi pubblicati in una casa editrice. Il selfpublishing viene visto come un punto di partenza per arrivare alla casa editrice.

Lo scopo del sito quindi qual è?

scrivo.me è ancora neonato, ma la nostra idea sarebbe quella di creare un luogo dove tutti quelli che amano scrivere trovassero una serie di stimoli e incontrassero anche altre persone che condividono la stessa passione, per fare in modo che possano discutere e arricchire le loro conoscenze. Noi vorremmo, con le dovute proporzioni, un sito che fa per la scrittura quello che aNobii fa per la lettura. Attualmente a scrivo.me mancano gli aspetti tecnici di una community: non si può fare un profilo e caricare materiali, ma soprattutto non c’è la possibilità di un rapporto tra le persone che prescinda dall’intermediazione del vertice, mentre la community funziona in una maniera assolutamente orizzontale. È una cosa che sta nascendo e a cui stiamo dando delle gambe più solide.

One Response to “Da aNobii a Scrivo.me, passando per un tweet. Intervista a Edoardo Brugnatelli.”

  1. […] Vedo invece (perché ho la fortuna, lo ammetto, di vederle da vicino) iniziative che mettono insieme l’online e l’offline per promuovere la lettura in contesti dove reperire un libro non è proprio facile (non è questa, del resto, la grande lezione di Amazon?); vedo una realtà come Lìberos che attrae intorno alla lettura tutte le figure della filiera (editori, librai, bibliotecari e lettori) e usa gli strumenti del digitale per tessere reti sociali su un territorio e nuove pratiche distributive (come per esempio questo crowdfunding); vedo biblioteche iperattive e magnetiche, grandi poli di attrazione (le racconta benissimo Carmine Aceto nella sua rubrica, qui in particolare); vedo anche un proliferare di siti e app di natura fortemente social dedicati ai libri, a chi li legge e chi li scrive: BitLit, Blinkist, Reedsy e così via. E anche qui dentro ci stiamo facendo un pensierino… […]