Intervista a Caterina Bonvicini

In occasione della tavola rotonda Talk To Each Other abbiamo avvicinato Caterina Bonvicini, condividendo la passione per il fumo e i ricordi o le impressioni di città italiane a noi più o meno care. Sotto il sole, nel passaggio dall’atrio all’ingresso della Fondazione, dopo il suo intervento al convegno, si sono chiariti i possibili argomenti e le domande da rivolgerle.

Cosa sono, o cosa rappresentano, per Caterina Bonvicini, i social network?

L’avvento dei social, secondo me, non ha cambiato il modo di fare letteratura, ma il modo di comunicarla. Questo mondo nuovo, come tutti i mondi nuovi, apre il campo alle sperimentazioni. Per esempio, mentre stavamo lanciando una serie sul Fatto Quotidiano chiamata Lezioni di scrittura (una scuola di scrittura sul giornale con grandi autori stranieri che ho inventato insieme a Alberto Garlini), abbiamo fatto una campagna su Twitter. Allora ci è venuta un’idea: intervistare uno degli autori, in questo caso Elizabeth Strout, via Twitter appunto.

È stato bellissimo perché eravamo coscienti di inventarci una cosa di cui non conoscevamo né le potenzialità né i limiti. Chiaramente in 140 caratteri non si poteva fare un’intervista profonda come quella che era uscita sul giornale, però era interessante sperimentare le possibilità di un contatto oltreoceano in diretta Twitter con un premio Pulitzer. Mentre la facevamo, io e Alberto Garlini e Paola Porciello (una giornalista del Fatto, che si occupa anche del Web) ci tenevamo in contatto via Facebook e chattavamo. Era emozionante perché ci accorgevamo di avere paura e la paura è una sensazione che nasce davanti al nuovo, davanti a quello che non si conosce, insomma. Ricordo anche una speciale ebbrezza, che forse coincideva con la coscienza di attraversare per la prima volta una via che non sapevamo dove ci avrebbe portato.

Poco tempo fa ho scoperto che esiste una cosa analoga in un blog letterario che si chiama Tempoxperme. Una volta al mese organizzano degli incontri con scrittori in chat. Sono salotti letterari virtuali in cui la gente fa delle domande e lo scrittore invitato risponde in diretta. Una stanza può contenere dieci o cento persone, un salotto virtuale è potenzialmente illimitato. Non è una differenza da poco. Tutto questo, in ogni caso, fa capire che c’è una grande ricchezza intorno a questi mezzi e soprattutto c’è possibilità di invenzione, perché sono recenti quindi inesplorati.

Che tipo di rapporto può nascere tra autore e lettore sui social? Qual è la sua esperienza?

Social come Twitter o Facebook possono sembrare un po’ limitanti per chi davvero vuole parlare di letteratura. Twitter perché consente solo 140 caratteri e Facebook perché tende allo scherzo, al gioco. Entrambi, per loro natura, rischiano di portare a una banalizzazione o comunque a una semplificazione del discorso letterario. Ma se si supera questo scoglio, ci si accorge che hanno delle potenzialità incredibili, a mio parere affascinanti.

Lo vedo innanzitutto come lettrice. Mi sono accorta che i social mi influenzano. Poi, certo, io sono una lettrice forte quindi i libri me li scelgo da sola, sono in grado di capire anche solo sfogliandoli se mi possono piacere o no, non sono un lettore confuso dall’eccesso di offerta che ha bisogno di orientamento. Ma questo dialogo virtuale funziona. Forse perché alla fine riproduce il vecchio concetto del passaparola, allargando le dimensioni della chiacchiera collettiva.

Anche come autrice ricevo molto, perché i lettori si rivolgono direttamente a me. Su Twitter, per esempio, è emozionante accorgersi che le persone ti stanno leggendo perché ti stanno citando: vivi la lettura degli altri in diretta. E su Facebook mi scrivono. I lettori mi trovano e possono dirmi cosa hanno amato e cosa no.
Anche come giornalista mi è utile perché, se mi innamoro di un autore e voglio convincere gli altri a leggere quel libro e ad amarlo come lo ho amato io, è quasi più importante bombardare sui social che non pubblicare un articolo. Naturalmente metti il link, ma spesso la gente non ha tempo di leggerlo e si fida di 140 caratteri o di un post di mezza riga.

Mi capita spesso di incontrare persone che mi ringraziano perché hanno letto un libro che ho consigliato su Facebook o su Twitter. Faccio un esempio. Ho talmente insistito sui social parlando dei Melrose di Edward St.Aubyn che mi è capitato spesso di incontrare persone che mi ringraziavano perché lo avevano scoperto per merito mio. E la cosa curiosa è che, anche se ho scritto ben tre articoli su St.Aubyn, non mi dicevano: Ho letto i tuoi articoli, quindi ho comprato i Melrose. No, mi dicevano: Ti seguo su Facebook o ti seguo su Twitter, quindi ho comprato i Melrose. Può sembrare frustante per una giornalista, ma amo talmente la letteratura che alla fine mi importa di più che la gente legga dei libri belli, magari grazie a me.

In aggiunta, i social portano a incontri con persone reali. Persone che amano le stesse cose che ami tu, con cui è bello confrontarsi e che conosci proprio così. Mi è capitato di più su Twitter che su Facebook, però alla fine è uguale. I social vincono delle lontananze, per esempio geografiche, o le occasioni della vita, che ti fa incrociare una persona e non un’altra. Nel web sei libero di incontrare chi vuoi, se ti interessa. In privato ti scambi i numeri di telefono e da un dialogo virtuale si passa a un dialogo reale, magari davanti a uno spritz. Lo trovo carino.

In una società come la nostra, oggi, cosa rappresenta la figura dello scrittore? Riesce ancora ad avere delle funzioni specifiche?

La funzione di uno scrittore è scrivere, punto e basta. È un mestiere che non tramonterà mai perché avremo sempre bisogno di libri. Il problema è un altro: difendere il diritto d’autore in un mondo dove, sempre di più, la gente si aspetta di trovare tutto gratis sul web. Sembra meravigliosamente democratico e civile trovare tutto gratis con un clic, ma non lo è. Perché si rischia di far diventare il mestiere dello scrittore un mestiere elitario e aristocratico, che si può permettere solo chi i soldi li ha già. E sarebbe terribilmente ingiusto. Una regressione a tre secoli fa invece che un progresso. È un mestiere che devono poter fare tutti quelli che hanno questo talento. Magari si guadagna poco, ma è un guadagno concettualmente importante. È un lavoro enorme scrivere un romanzo, un lavoro di anni, e la gente non deve pretendere che gli autori lo pubblichino su Facebook, se non vogliono lasciare la letteratura in mano ai ricchi. A me sembra ovvio, però mi accorgo che questa mania della condivisione gratuita e indifferenziata spinge a ragionare poco sulle conseguenze.

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