Dati Nielsen 2014: troppi libri e pochi lettori

Il rapporto Nielsen 2014 ha evidenziato un calo preoccupante degli indici di lettura e acquisto di libri in Italia: può la troppa offerta di titoli scoraggiare il potenziale lettore sperduto nei labirinti di best seller?

Che in Italia si scriva troppo e si legga poco è una realtà assodata: il numero di pubblicazioni annuali in italiano è esorbitante. In un paese in cui, secondo fonti AIE, solo il 43% della popolazione legge almeno un libro all’anno (e ancora meno, il 37%, lo acquista), vengono pubblicati circa sessantamila titoli, quasi sette all’ora, con evidenti conseguenze sulla saturazione del mercato editoriale. Si punta sulle prime edizioni, che da sole costituiscono più della metà della produzione complessiva, e che rischiano troppo spesso di finire nel dimenticatoio più velocemente del personaggio di un reality.

Lo scenario tratteggiato da Antonio Scurati su La Stampa è da girone dantesco: «È un collasso bulimico quello dell’attuale mercato editoriale. […] Gli editori sono vittime del bisogno di immettere sul mercato spropositate quantità di libri cui non corrisponde nessun desiderio di leggere un qualche libro determinato. Il risultato è che il sistema vomita regolarmente milioni di copie che vanno al trogolo cantando. Entrate in una libreria – soprattutto se di catena – e avrete davanti agli occhi lo spettacolo osceno di un luogo in cui l’orgia si abbina al macello. La libreria è oggi, al tempo stesso, l’ultimo avamposto della moderna estasi delle merci e l’anticamera di una discarica. Vi risuonano orgasmi da disperazione e stridori di presse da macero».

Immettere nel mercato un’enorme quantità di libri riflette la tendenza a intercettare i gusti del maggior numero di lettori possibile, ma finisce per influire negativamente sulla qualità del prodotto librario, che risente dei ridotti tempi di lavorazione e quindi di minor cura editoriale. La proliferazione dei libri insegue da una parte la specificità, con gli editori alla ricerca spasmodica di una nicchia di mercato da occupare; dall’altra appare come un tiro a segno, nella speranza di centrare il best seller tra tante freccette lanciate a vuoto.

Peggiorano la situazione le librerie di catena, quei multistore che invece di librai scelgono di assumere commessi che potrebbero vendere indiscriminatamente libri, pane, scarpe, detersivi: il lettore perde anche quel punto di riferimento, una persona capace che lo guidi nella scelta. Doppiamente calzante, dunque, la metafora adottata da Maurizio Donelli, caporedattore del Corriere della Sera: le librerie come supermercati stipati di prodotti simili tra cui diventa impossibile scegliere. La difficoltà a orientarsi non è tanto dei lettori forti –che pur costituendo solo il 4% dei lettori totali, da soli hanno acquistato ben il 36% dei titoli venduti in Italia nel 2013– quanto dei lettori occasionali che, nell’indecisione, si rivolgono ad altri generi di intrattenimento.

Leopardi scriveva nello Zibaldone: «La sorte dei libri oggi è come quella degli insetti chiamati efimeri (éphémères): alcune specie vivono poche ore, alcune una notte, altre tre o quattro giorni; ma sempre si tratta di giorni». Era il 1827, ma il ragionamento non potrebbe essere più attuale. I libri hanno vita breve, dovendo sottostare alle spietate leggi del turnover. Moltissimi titoli nel giro di un paio di mesi si spostano dal banco allo scaffale, perdendo visibilità, per fare posto ad altri con maggior potenziale di vendita. Il fuori catalogo è sempre in agguato. Come può il lancio a vuoto di tutti questi prodotti aiutare un settore economico?

Veniamo alle conclusioni. Ci sono troppi libri? Ecco, forse non ce ne sarebbero troppi se tutti gli italiani leggessero. Forse non ce ne sarebbero troppi se le case editrici selezionassero i titoli con più cura. Forse non ce ne sarebbero troppi se il mondo editoriale si basasse su un’economia sostenibile, valorizzando il long seller invece di perseguire l’ottica del best seller a ogni costo. Forse non ce ne sarebbero troppi se si recuperasse la visione dell’oggetto libro come bene di cultura e non come acquisto usa-e-getta. Ma visto come stanno le cose, forse sì, ce ne sono troppi. E il lettore disorientato compra un biglietto per il cinema.

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