Crisi ed editoria: un’epica western ma senza indiani

Se si abbassano i consumi si vendono anche meno libri. Come un mantra i dati Nielsen ci ricordano che nel nostro paese si legge sempre di meno, al Sud meno che al Nord, gli uomini meno delle donne, i laureati e i diplomati più di chi non ha un titolo di studio. In Italia si comprano meno libri perché le famiglie hanno meno soldi?

La risposta non può certo essere definitiva: da una parte le statistiche mostrano che la contrazione dell’acquisto per i prodotti culturali si è ridotta in una percentuale maggiore rispetto ad altre voci di consumo di una famiglia, segno che in momenti di difficoltà economica vige il noto adagio che con la cultura non si mangia; dall’altra è fondamentale sfumare lo scenario di crisi del libro svincolandolo dalla semplice equazione meno soldi = meno libri venduti.

Prima di tutto il fenomeno della crisi del libro è inscindibile dalla concorrenza di altri riempitempi: smartphone e tablet permettono l’accesso a una serie di contenuti che prima erano disponibili solo tra le mura di casa. Basta recarsi in un qualsiasi luogo pubblico per vedere che il libro si ritaglia un ruolo sempre più marginale rispetto all’importanza e alla frequenza con cui maneggiamo telefonini sui quali leggiamo, ascoltiamo musica, scriviamo mail, guardiamo filmati e a volte telefoniamo. La crisi non ha colpito la vendita di tablet e smartphone: spendere per un iPhone è considerato normale e costituisce una voce importante del bilancio di spesa delle famiglie italiane pur non costituendo un bisogno primario.

Evidentemente ci sono altri fattori oltre alla crisi economica che influiscono negativamente sull’acquisto di libri: secondo il rapporto Oecd Skills Outlook 2013 l’Italia ha una percentuale di analfabetismo funzionale del 47%, il che significa che la capacità di concentrazione degli italiani su un testo è minore rispetto a quella degli altri paesi. In più, in Italia, il 34% della popolazione non ha mai usato internet – dati Eurostat – e questo, in un mercato editoriale dove l’interesse verso gli ebook è uno dei pochi dati in crescita (+14% di vendita rispetto al 2012), preclude un’ulteriore possibilità di sviluppo nella vendita dei libri. La crisi quindi è solo uno dei problemi del libro, ma non l’unico. Probabilmente ha agito come un catalizzatore di processi ma può essere anche un catalizzatore di soluzioni.

Ma crisi è anche, in un senso più allargato, un momento di rottura tra due equilibri. In questo senso, oggi, ci troviamo nel pieno di una metamorfosi al termine della quale un nuovo organismo presenterà organi arcaici uniti indissolubilmente a nuove appendici e articolazioni.

 In ogni caso, però, un’editoria esisterà ancora. Sarà un organismo diverso, ma ci sarà ancora. Sarà, forse, un organismo più leggero, più agile e camaleontico. Come sarà l’editoria tra cinque anni? Ci piace immaginarla come una specie di epica western, una frontiera: con grandi imprese pionieristiche ma senza indiani, con molti fallimenti disastrosi ma un grande spazio per sperimentare e mettersi alla prova.

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